14 Giugno 2026
ticlinguistici

Parlare come un libro stampato” è un’espressione che si usa per descrivere un modo di parlare chiaro, preciso, molto curato, tanto da dare l’impressione di stare leggendo un testo già scritto e controllato. Questo però può produrre una sensazione negativa per chi ascolta, perché può risultare… diciamo… un po’ pesante, artificioso, soprattutto poco naturale. Poco naturale perché le differenze tra la lingua parlata e la lingua scritta sono molto evidenti e, se ci pensiamo bene, sono pochissime le persone di cui potremmo trascrivere ciò che dicono e stamparlo senza nessuna modifica.

La lingua scritta può essere pianificata, prodotta, controllata e riprodotta. La lingua parlata nella sua interazione, immediata e spontanea, no. E se abbiamo sotto gli occhi una trascrizione di lingua parlata possiamo chiaramente vedere quanto numerose siano le differenze dalla lingua scritta: interruzioni, ripetizioni, esitazioni, riformulazioni, autocorrezioni, ecc. 

Il parlante ha a disposizione delle parole, delle espressioni per rendere il proprio discorso più fluido e meno frammentato: questi elementi  sono chiamati connettivi.

È interessante notare che, a volte, alcuni di questi connettivi vengono usati con eccessiva frequenza, con il risultato di perdere, da una parte, la loro specifica funzione e, dall’altra, di appesantire il discorso. Si può dire dunque che, se ricorrono frequentemente, diventano dei tic linguistici non controllati e vengono chiamati intercalari. La Treccani li definisce “…personali forme di routine e in modo per lo più irriflesso, per punteggiare espressivamente il discorso stesso.”

Esaminiamone tre che hanno un preciso uso comunicativo, cioè sono chiari segnali discorsivi, ma usati in modo… diciamo… esagerato diventano intercalari: no?, cioè, diciamo.

L’espressione no? al termine di una frase si usa per chiedere conferma o verificare che chi mi ascolta mi sta capendo e in questo modo posso continuare a parlare e mantenere il mio turno di parola. Se invece questa espressione torna spesso nel flusso del discorso assume la veste di intercalare e il fatto che si ripetano senza che l’interlocutore abbia il tempo di rispondere denota a volte incertezza, insicurezza e voglia di non cedere la parola all’altro.Anche l’espressione cioè può avere una doppia valenza. La prima quella di segnale discorsivo che introduce una riformulazione, cioè voler ripetere con altre parole quello che è stato detto. Ce n’è un esempio nella frase precedente. La seconda, evidenziata dalle numerose ripetizioni, quella di intercalare, che vuole riempire le pause, le esitazioni. “Diciamo”, come segnale discorsivo, ha la funzione di prendere tempo per introdurre un’interpretazione, un ammorbidimento, una mediazione sul significato di quello che segue. Ce ne sono due esempi in questo articolo, nel primo e nel terzo paragrafo. Quando l’uso dell’espressione si ripete più e più volte allora la concentrazione dell’interlocutore può diminuire e la fluidità e la scorrevolezza del discorso può venire compromessa. Un linguista ha osservato che è un’espressione molto usata dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni e secondo lui il messaggio che Meloni vuole veicolare a chi la ascolta è questo: “…ti dico come potresti pensarla, come faresti bene a pensarla, ti offro un punto di approdo.” Cioè la giusta interpretazione.