8 Agosto 2026
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In questi giorni si sta giocando il mondiale di calcio maschile. Per molti Paesi un evento fondamentale da un punto di vista sportivo e sociale, in altri qualcosa di appena aneddotico. 

L’Italia è sempre stato un Paese dalla profonda fede calcistica, dove il calcio occupa uno spazio centrale della vita di molti italiani ogni settimana. Il calcio in Italia è una questione di fede, amore, sofferenza e tanti, tantissimi dibattiti. L’ultimo in ordine di tempo è stato sulla mancata qualificazione al mondiale per la terza edizione di seguito. Quindi si è parlato della crisi della Serie A, dello scarso investimento da parte delle squadre, della poca fiducia data ai giovani e del malfunzionamento della federazione. Poi sono iniziati i mondiali e noi italiani ci siamo messi davanti alle partite degli altri, con quella leggerezza mista a tristezza che ti dà un torneo dove non tifi per nessuno.

Ed è forse per questo che possiamo osservare questa competizione con occhi diversi, spostando la nostra attenzione su questioni non sportive. Perché la coppa del mondo è un torneo dove si sfidano le varie nazionali, in rappresentazione del proprio Paese e molto frequentemente si parla delle partite in modo quasi bellico: il campo di battaglia, l’attacco, la difesa, il corpo a corpo. Ma è uno sport, e lo sport è fatto per unire i popoli, per creare legami tra le nazioni e per vivere insieme un momento di festa. E quindi scacciamo i venti bellici che oggi ci angosciano per vivere in pace questo torneo, soprattutto perché presenta molte novità. Innanzitutto siamo passati da 32 a 48 Paesi ammessi, quindi abbiamo potuto scoprire nuove nazioni che debuttavano e che stiamo imparando a conoscere, come Curaçao o Uzbekistan. Un’occasione per conoscere nuovi Paesi, abitudini, identità. Un’altra delle grandi novità è che molti giocatori stanno giocando per un Paese differente da quello di nascita. Perché siamo in un mondo globale, e l’appartenenza è un sentimento che non è più legato ad un dato anagrafico, ma è figlio della migrazione, dell’integrazione e del sentimento di identità. In un’epoca in cui non si fa altro che parlare a livello istituzionale di confini e nazioni, questo mondiale di calcio sta semplicemente dimostrando che puoi nascere in un Paese e amarlo, e contemporaneamente vivere in un altro amandolo e rispettandolo allo stesso modo. Perché l’identità nazionale è una costruzione che si fa in modo collettivo e, come la storia dell’unità di Italia ci ha insegnato, si può “fare” un Paese anche se le radici sono differenti, se le esperienze storico-politiche non sono le stesse (la Sicilia aveva chiaramente una storia diversa da quella del Trentino, eppure…). Stiamo vedendo squadre piene di giocatori che sono figli di emigrati o che giocano per il Paese di origine dei loro genitori. È estremamente importante il messaggio: il concetto di nazione così come era stato pensato duecento anni fa è ormai superato, il mondo è fatto di persone che si muovono, che si innamorano uno dell’altro senza guardare il passaporto e nascono bambini che hanno uno, due o tre Paesi nel sangue, e questo perché come disse una volta mia madre: non è difficile avere due luoghi che chiami “casa”, basta avere solo un cuore più grande.