Dacia Maraini, “Voci”

Succede di tornare in un posto visitato tanti anni prima, di cui si ha un ricordo vago, positivo ma sbiadito. Il posto non è cambiato per niente, ma noi ci accorgiamo che quel posto è una meraviglia per gli occhi, la mente e il cuore. Evidentemente dopo tanti anni siamo noi ad essere cambiati. Guardiamo con altri occhi e altra sensibilità.

La stessa cosa mi è successa rileggendo un libro uscito, e letto, circa 30 anni fa. Un libro di Dacia Maraini, una delle più importanti e famose scrittrici italiane, dal titolo “Voci”.  È la storia dell’uccisione di una donna, oggi si direbbe un “femminicidio”: non è una sorpresa, Dacia Maraini è sempre stata molto attenta alle tematiche femminili e, purtroppo, la storia raccontata nel libro è tristemente attuale.

Non ricordavo di averlo letto, me ne sono accorto dopo poche pagine. Ma non ho potuto smettere.

Già nelle prime due pagine un paio di frasi mi avevano costretto a fermarmi e a rileggere. La prima: «L’ascensore mi deposita con un soffio stanco all’ultimo piano, il mio». Quanto è incantevole questo ascensore che “deposita” ed emette un “soffio stanco”, a testimonianza della fatica quotidiana del salire?

La seconda, che descrive la portiera del palazzo: «Un pallore da sottoscala che ‘si nutre di vite altrui’».  Quel “pallore” è una pennellata che da sola dipinge la tristezza che viene da quell’abitare nel sottoscala, da una vita che si risolve nell’osservare la vita degli altri.

L’avidità della lettura che mi ha spinto ad andare avanti non è stata dunque la voglia di conoscere l’assassino, già sapevo chi era, ma il piacere di gustare quella scrittura così ricca di sfumature e così profonda nelle descrizioni delle percezioni sensoriali della protagonista, una giornalista che lavora in una radio privata. Una professionista che ‘ascolta’ le voci delle persone. Dovrei scrivere “ascolta” con tutte lettere maiuscole per dare l’idea giusta della sensibilità di Michela, la giornalista. La Maraini non ha bisogno di maiuscole, ecco come delinea il personaggio: «Sono avida di voci, che siano leggere o pesanti, scure o chiare, le amo per la loro straordinaria capacità di farsi corpo. Mi innamoro di una voce, io, prima che di una persona; forse per questo lavoro alla radio; o è il mio lavoro alla radio che mi porta a dare corpo alle voci, ascoltandole con carnale attenzione?»

Le definizioni dei personaggi, o meglio delle voci dei personaggi che compaiono nel romanzo, sono infinite.

Descrizioni di voci maschili, femminili…di oggetti. Si ha l’impressione di avere nelle mani un caleidoscopio: ad ogni clic una voce diversa, una meraviglia di colori, parole, aggettivi ed espressioni che travolgono per acutezza e fantasia.

Leonardo da Vinci ha detto: “I dettagli fanno la perfezione e la perfezione non è un dettaglio.” Ed è proprio l’attenzione ai dettagli che rende questo libro una delizia. Anche quando ci racconta un piccolo fatto che non ha nessuna implicazione con il delitto la scrittrice ci affascina. La giornalista, protagonista del romanzo, è in albergo: «Nella camera accanto stanno litigando rabbiosamente. Un uomo e una donna dalle molte abitudini in comune; lo si capisce dal tono sciatto e rancoroso delle voci: quella di lei insistente, petulante; quella di lui sprezzante, opaca, annoiata.» In tre righe un quadro familiare tremendo, disegnato dalle voci.

Anche gli oggetti non sfuggono all’inesorabile riflessione di Michela: “Il lavello ha una voce cristallina e petulante: quando apro il rubinetto dopo un giorno di assenza emette un leggero singulto festoso…». Come si fa a non sorridere, quanta simpatia suscita questo lavandino? Davvero un gioco di prestigio letterario.

C’è anche un altro aspetto che scopro nella rilettura. Il piacere di visualizzare la storia, di seguire i movimenti di Michela quando gira per Roma, la città dove io vivo e dove si svolge la storia. La conoscenza dei quartieri e delle vie dà alla narrazione un senso di “vero” che incatena. «…le automobili scintillano sotto il sole estivo. Cammino in fretta per raggiungere il lungotevere dove i platani si chinano misericordiosi a coprire i rari passanti.» Mi viene voglia di uscire e andare ad abbracciare con gratitudine quei poderosi alberi.

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