Approfitto di un fatto di cronaca per raccontare una realtà di cui gli italiani possono andare orgogliosi: la principessa del Galles, Kate Middleton, ha voluto visitare Reggio Emilia per fare esperienza di un metodo educativo sviluppato per gli asili nido e le scuole d’infanzia, proprio in questa regione, il Reggio Emilia Approach. Ne racconto in breve la storia.
Alla fine della seconda guerra mondiale alcune donne dell’UDI (Unione Donne Italiane, dal 2000 Unione Donne in Italia, per includere ogni donna presente nel territorio) concordarono sulla necessità di creare degli asili nido e scuole materne popolari, autogestiti, nella provincia di Reggio Emilia. Al progetto aderì attivamente parte della cittadinanza ricercando insieme soprattutto soluzioni pratiche. Era necessario ricostruire un paese e la sua economia, bisognava avere luoghi adatti in cui lasciare i bambini.
Quando negli anni successivi fu approvata la legge sugli asili statali e le amministrazioni locali di tutta Italia si attivarono per costruirli, i costruttori proposero di occuparsi di tutto e di consegnare gli asili belli e pronti. Altre regioni in Italia accettarono, ma negli anni ‘70 una donna, Ione Bartoli, che era la prima assessora regionale per l’Emilia Romagna, rifiutò l’offerta dei costruttori. In un’intervista racconta “… dovevamo fare gli asili nido, costruirli, ma come? Partendo dalle esperienze delle donne dell’UDI[…] quando si è trattato di fare l’asilo […] ho riunito le cuoche, l’ufficiale sanitario, il pedagogista, l’architetto, il geometra, l’urbanista, l’insegnante, perché insieme dovevano pensare e progettare l’asilo, perché tutte queste figure avevano un ruolo nell’asilo.”
Persona fondamentale per l’avvio e lo sviluppo del Reggio Emilia Approach fu in particolare Loris Malaguzzi che aderì al progetto di scuola autogestita, insieme a gente comune, già dal 1945. Insegnante, psicopedagogista, avvalendosi anche delle idee espresse da Maria Montessori e Jean Piaget, elaborò un sistema educativo fra i più studiati al mondo che pone il bambino al centro, come soggetto che ha diritti e capacità proprie che vanno sviluppate attraverso esperienze dirette. Malaguzzi scrive:
INVECE IL CENTO C’È
Il bambino
è fatto di cento.
Il bambino ha
cento lingue
cento mani
cento pensieri
cento modi di pensare
di giocare e di parlare
cento sempre cento
modi di ascoltare
di stupire di amare
cento allegrie
per cantare e capire
cento mondi
da scoprire
cento mondi
da inventare
cento mondi
da sognare.
Il bambino ha
cento lingue
(e poi cento cento cento)
ma gliene rubano novantanove.
La scuola e la cultura
gli separano la testa dal corpo.
Gli dicono:
di pensare senza mani
di fare senza testa
di ascoltare e di non parlare
di capire senza allegrie
di amare e di stupirsi
solo a Pasqua e a Natale.
Gli dicono:
di scoprire il mondo che già c’è
e di cento
gliene rubano novantanove.
Gli dicono:
che il gioco e il lavoro
la realtà e la fantasia
la scienza e l’immaginazione
il cielo e la terra
la ragione e il sogno
sono cose
che non stanno insieme.
Gli dicono insomma
che il cento non c’è.
Il bambino dice:
invece il cento c’è.
In questo suo scritto c’è, ben chiara, la visione di un bambino come individuo attivo e curioso, dotato di tante risorse che vanno riconosciute e non limitate da metodi educativi che non ne tengono conto.
Nel Reggio Emilia Approach la centralità del bambino è effettiva: la giornata comincia col sedersi tutti in circolo, bambini e insegnanti per parlare di come sarà la giornata in termini di attività e interessi. I bambini prendono la parola alzando la mano, ascoltano altri che parlano, propongono le loro idee e insieme si creano percorsi che si sviluppano in attività molto varie, in spazi diversi e con strumenti e materiali diversi. Le aule sono curatissime, con luce naturale e materiali accessibili per favorire l’autonomia; la natura per esplorare e imparare a osservare, “l’atelier”, dove persone con competenze artistiche e pedagogiche invitano a sperimentare sensorialità e creatività, con la manipolazione dei materiali e il loro uso; il disegno, il gioco, la costruzione, la cura di orto e giardino, il teatro, la musica, la fotografia… La conoscenza sempre attraverso l’esperienza. La conoscenza si fa più solida se si ascoltano i bambini e si risponde alle loro domande e se le attività sono condivise: si sviluppa così la capacità di relazionarsi con gli altri, di collaborare, di avere spirito critico e di favorire, attraverso la creatività e l’apporto di ciascuno (i cento pensieri, i cento linguaggi…) lo sviluppo migliore di ogni progetto.
Gli educatori tengono conto del fatto che non esiste un solo modo di apprendere ed è per questo che vedono il processo creativo importante, ai fini dell’educazione, al pari del risultato finale. Osservano e documentano l’evoluzione di ciascun progetto per capire sempre meglio come pensano e agiscono i bambini, per migliorare il proprio lavoro, ma anche per poterlo dimostrare e mostrare alle famiglie e a chiunque sia interessato. Infatti l’approccio di Reggio Emilia è costantemente oggetto di interesse da parte non solo di altre scuole dell’infanzia italiane che ne seguono l’esempio, ma anche studiato e adottato, fin dagli anni Novanta, da altri paesi nel mondo. La visita della principessa del Galles non è che la più recente delle visite.


Attività
VERBI: PASSATO REMOTO, IMPERFETTO INDICATIVO
Livello avanzato
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