La fortuna della diffusione delle emoji, le piccole icone che affollano i messaggi digitali, è certamente legata all’immediatezza e chiarezza del messaggio.
Se si dovesse comunicare il piacere, l’allegria e il calore di stare insieme e condividere un pranzo o una cena, l’emoji più efficace sarebbe certo quella di un piatto di lasagne.
“Lasagna” è una parola della gastronomia italiana fra le più conosciute al mondo e si usa per indicare sia il formato di pasta larga sia l’iconico piatto composto da strati, cotto al forno.
Prima di continuare, chiariamo un dubbio linguistico: lasagna o lasagne? L’Accademia della Crusca risponde che entrambe le forme sono corrette e lo conferma dopo aver analizzato testi risalenti fino al medioevo. Si può dunque dire “ho preparato una teglia di lasagne” sia “ho cucinato una lasagna”.
La lasagna era un po’ il simbolo della convivialità dei giorni di festa. Quando vedo in vendita al supermercato le monoporzioni di lasagna pronta o addirittura surgelata, mi viene da pensare alla perdita di qualcosa: quell’insieme di tradizioni, di memorie, di profumi e di atmosfere che la lasagna, cibo emblematico di pranzi domenicali e di riunioni familiari, si portava dietro.
Passando dalla nostalgia alla storia, c’è da dire che ci sono prove dell’esistenza di un piatto, antenato della lasagna, già nell’antica Roma. Veniva chiamata lagana ed era formata dalla sovrapposizione di sfoglie sottili di farina di grano e acqua, cotte su pietre roventi o nel forno, e arricchite da carni, pesci e spezie. Della lasagna così come la conosciamo oggi ci sono testimonianze in libri di ricette fra il 1200 e il 1330. Era formata da strati di pasta sfoglia, carne, formaggio e molte spezie. Il pomodoro arriva in Europa solo verso la metà del 1500.
Arrivando ai nostri giorni si può affermare che ci sono due grandi scuole riguardo alla preparazione della lasagna: quella bolognese e quella napoletana.
La lasagna bolognese prevede: sfoglia all’uovo, besciamella, carne tritata e pomodoro.
La lasagna napoletana: sfoglia di grano duro, ricotta, polpettine, ragù, mozzarella o provola affumicata. Queste due ricette sono da intendersi “scuole di pensiero”, cioè piatti che anche nelle stesse città, Bologna e Napoli, presentano varianti. Un antropologo ha detto che “La lasagna è come la mamma: ce n’è una sola, ma sono tutte diverse”. Fra le tante varianti regionali si possono ricordare i vincisgrassi delle Marche con carni miste a pezzi e non macinate; le lasagne con pesto alla genovese in Liguria; in Sardegna la lasagna con il pane carasau, tipico pane croccante sardo, al posto della sfoglia tradizionale; la lasagna con le melanzane in Sicilia. Se consideriamo che ogni regione, ogni città, ogni famiglia (!!) può presentare la sua variante, allora si capisce meglio l’esempio della mamma riportato sopra.

Prima si è accennato alla convivialità, in particolare alla parziale perdita di tutto quello che questo semplice atto porta con sé: l’arte e il piacere di vivere e condividere il tempo con gli altri. Può sembrare la classica nostalgia dei “bei tempi passati”. In parte lo è, ma ci sono studi ed evidenze scientifiche che confermano la relazione tra il benessere e l’interazione durante i pasti. Un lungo articolo del New York Times che parla di Cibo e Scienza tratta questo italianissimo fenomeno e cita alcune affermazioni di partecipanti ad un congresso.
Eccone una di Elisabetta Bernardi, nutrizionista dell’Università di Bari e divulgatrice scientifica: “Non serve rimpiangere modelli conviviali che fanno parte di un passato lontano: che si tratti di un piacevole brunch nel fine settimana o di una cena veloce in settimana, i benefici del riunirsi intorno alla tavola ci sono e sono innegabili. Favorendo i legami e promuovendo emozioni positive, i pasti condivisi, in particolare se ispirati alla dieta mediterranea, hanno il potenziale per migliorare la qualità della vita degli individui e rafforzare i legami all’interno delle comunità” .
