Si racconta che nell’antica Roma i macellai poco onesti vendessero l’economica carne di bufala spacciandola per carne di maiale o di manzo, carni più care. Sembra così spiegata l’origine del significato attuale di bufala: notizia falsa e inverosimile, una bugia insomma.
In italiano c’è un proverbio che dice “Le bugie hanno le gambe corte” e significa che le bugie, prima o poi, vengono scoperte.
Leggendo un libro ho capito che non sempre è così, anzi il ripetuto uso sulla stampa e sui media cristallizza una bufala e crea uno stereotipo accettato con grande innocenza, e ignoranza, dalla maggioranza dei parlanti.
Il libro, scritto da un giornalista che si occupa anche di storia, in particolare della percezione del Medioevo nei massmedia, prende in considerazione alcuni stereotipi largamente usati. Sono delle metafore, per la maggior parte in chiave peggiorativa, che si basano su alcuni periodi storici e sono, dal punto di vista comunicativo, molto efficaci, nel senso che sono immediatamente capite da chi ascolta o legge. Eccone alcuni esempi, tratti da giornali o piattaforme digitali:
- Boschi accusa Salvini di maschilismo: “Ritorno alla Preistoria”
- “I pregiudizi anti-gay sono da Medioevo”
- La caccia alle streghe di Musk: attacca su X i funzionari federali pubblicando nomi e cognomi
- Il Far West dell’informazione, tra deepfake e fake news

Nel primo titolo si fa riferimento al “cliché del maschio preistorico che gestisce i rapporti con l’altro sesso a colpi di clava”.
Nel secondo si fa riferimento a un periodo della storia ritenuto buio, reazionario e integralista.
Nel terzo si fa riferimento a un periodo della storia in cui si perseguitavano e si bruciavano un numero incredibile donne con accuse basate su sospetti e paure infondate.
Nel quarto si fa riferimento alla parte orientale degli Stati Uniti e descrivendone un periodo storico caratterizzato da assenza di regole e leggi.
Il problema è che tutti i riferimenti sono basati su convinzioni parzialmente o totalmente false, per varie ragioni.
Il libro smonta queste convinzioni pezzo per pezzo, con argomenti e documenti storici che mostrano come e quanto sia stata deformata la storia, offrendo in questo modo un racconto banale, superficiale e a volte totalmente falso.

Un esempio: la caccia alle streghe. In questo caso la bufala è doppia: il numero di persone bruciate è molto ridotto riguardo alla leggenda e il periodo non è il medioevo, ma fra il 1500 e il 1600.
L’autore non si limita a illustrare in modo brillante e spesso divertente le bufale storiche prese in considerazione, ma ci dà una chiave di lettura sulle ragioni e le responsabilità di questo fenomeno: “Sono metafore negative che non evocano solo disastri incombenti e caos, ma mettono a nudo la nostra incapacità di capire la storia, per cui preferiamo esorcizzare le nostre paure attuali scaraventandole in vari “altrove” legati al passato, reale o immaginario”.
Qualcosa di simile è già successo in passato. Durante il Rinascimento, per mettere in risalto il progresso artistico, sociale e civile della società di quel periodo, si metteva in cattiva luce il Medioevo descrivendolo come un periodo oscuro e terribile, pieno di violenza e povertà. Petrarca li definì “secoli bui”. Descrizione che gli storici hanno smentito, rivalutando i progressi culturali e tecnici del periodo, che sono stati fondamentali per lo sviluppo della civiltà europea.
Per fortuna ci sono gli studiosi, gli storici, che fanno piena luce su nostro passato.
Il titolo del libro è “Non c’è #storia”, l’autore è Marco Brando.
