1 Ottobre 2026
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La Biblioteca Apostolica Vaticana a Roma conserva, fra i suoi innumerevoli e straordinari documenti, una relazione ufficiale presentata al Senato di Venezia il 25 gennaio 1433. La relazione era stata scritta da Pietro Querini e racconta l’incredibile odissea marina, durata 18 mesi, vissuta da Querini e dall’equipaggio della sua nave.

I Querini erano dei ricchi e nobili mercanti veneziani. Il giovane Pietro, al comando di una sua nave mercantile, partì il 25 aprile 1431 dall’isola di Creta nel Mediterraneo per trasportare in Belgio un prezioso carico di merci (vini, spezie orientali e cotone).

Superato lo stretto di Gibilterra cominciarono i problemi con il timone della nave. Dopo le soste nei porti di Cadice e Lisbona per la riparazione, la navigazione riprese. Ma a novembre, al largo dell’Irlanda, una terribile tempesta distrusse timone e vele, lasciando uomini e nave in balia del mare in tempesta.La nave, priva di comando, andò alla deriva per settimane verso nord. Il 17 dicembre Querini e i suoi uomini abbandonarono la nave, che ormai stava affondando, su due grosse barche. Mentre la barca con a bordo Querini e altri 46 marinai iniziò a navigare nelle fredde acque artiche, l’altra barca con 21 marinai sparì nel nulla. Ma il freddo e la fame cominciarono ad uccidere anche i compagni di Querini.

Il 5 gennaio 1432 la barca raggiunse una piccola isola disabitata, erano rimasti in 16. Pochi giorni dopo morirono altri 5 compagni di Querini. Gli 11 superstiti riuscirono a resistere fino a quando alcuni pescatori di un’isola vicina li soccorsero e li portarono nel loro villaggio. Era una piccola isola delle Lofoten, arcipelago al nord della Norvegia. Gli abitanti del villaggio erano circa 120, tutti dediti alla pesca. Erano cattolici e c’era anche un prete che, conoscendo il latino, permise la comunicazione tra i veneziani e i pescatori. La permanenza sull’isola durò circa 4 mesi. 

Le case del villaggio, la semplicità e l’ingenuità degli abitanti, la loro generosità verso gli ospiti, l’educazione dei bambini, il cibo: tutto viene descritto con grande meticolosità da Querini nel suo diario, che diventa così anche una preziosa documentazione storiografica e antropologica non solo per noi, ma anche per i norvegesi di oggi. Oltre a questo interesse culturale, la tradizione vuole che Pietro Querini sia la persona che ha fatto conosce lo stoccafisso ai veneziani e dunque a noi italiani: aveva notato il metodo con cui i pescatori conservavano il merluzzo e cioè facendolo essiccare al sole e al vento gelido. Il pesce diventava duro e leggero e si manteneva a lungo.

Querini era un mercante  e capì subito quanto poteva essere prezioso questo alimento: facile da trasportare e conservare senza dover usare il prezioso sale, come per il baccalà, e con un grande valore nutritivo. Si fece regalare qualche decina di stoccafissi che usò come merce di scambio nel viaggio di ritorno e una volta tornato a Venezia potè mostrare al Doge e ai nobili mercanti del Maggior Consiglio il prezioso alimento. Il successo economico e gastronomico dello stoccafisso era appena all’inizio. Ad oggi l’Italia è il primo paese al mondo per il consumo dello stoccafisso e importa la quasi totalità del prodotto dalla Norvegia.

Attività

LESSICO

Livello intermedio

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