Riccardo Muti:«Le Alpi sono una delle due prove dell’esistenza di Dio.»
Giornalista: «Perché?»
R.M. :«Perché hanno preservato una mediterraneità che ci appartiene.»
G.: «Qual è l’altra prova dell’esistenza di Dio?»
R.M.: «Mozart.»
Lo scambio di battute sopra citato è un frammento di un’intervista a Riccardo Muti, il famoso direttore d’orchestra. Mi hanno colpito le affermazioni del Maestro Muti.
La prima, in cui afferma che le Alpi hanno permesso all’Italia di conservare la sua tipica “mediterraneità”: è un’espressione interessante sia per la forma che per il contenuto.
“Essere una prova dell’esistenza di Dio” si usa quando si vuole affermare la straordinarietà di ciò di cui si parla. In pratica il Maestro Muti esalta la creazione delle Alpi, strumento creato da Dio non solo per proteggerci dal freddo proveniente da nord, ma anche per preservare quella tipicità mediterranea che rende così unico il nostro paese. E certamente il Maestro si riferiva in modo particolare alla creatività e alla sensibilità verso la bellezza in tutte le sue declinazioni. Ma anche dal punto di vista strettamente linguistico l’espressione è di notevole interesse riguardo all’uso della parola “Dio”, che ricorre in molte altre espressioni. Fra le più usate bisogna certamente ricordare “Se Dio vuole”, che esprime la speranza che qualcosa accada, “Dio non voglia”, che esprime esattamente il contrario, “Come Dio comanda” per qualcosa fatta o da fare in modo perfetto. A me piace molto anche “Dio c’è”. Un esempio per capirne l’uso: siamo in fila, fermi, con la macchina, vediamo un automobilista che percorre la corsia d’emergenza per superare la fila e dopo un chilometro vediamo la stessa macchina ferma, con la polizia che l’ha fatta fermare e sta multando l’arrogante e indisciplinato automobilista. È il momento giusto per pronunciare “Dio c’è”, cioè prima o poi il castigo arriva.
La seconda affermazione, in cui afferma che un’altra prova dell’esistenza di Dio è Mozart, mi ha impressionato perché mi immagino il grado di beatitudine che il Maestro prova nell’ascoltare il divino (qui l’aggettivo mi pare molto adatto) Mozart. Chi meglio di un direttore d’orchestra sa apprezzare l’originalità di un brano e la genialità di un compositore? Lui che deve studiare una partitura, interpretare l’intenzione del compositore e dirigere dei musicisti professionisti. Sì, credo proprio che parlare di beatitudine non sia esagerato.Io la musica non l’ho mai studiata, purtroppo. Nella scuola dell’obbligo da me frequentata tanti anni fa l’insegnamento della musica era pressoché inesistente e dunque il mio livello di conoscenza della teoria musicale si ferma più o meno al numero e al nome delle note. Conosco l’esistenza di parole come croma, biscroma, bemolle e diesis, ma devo ricorrere al vocabolario per conoscerne il significato. Uno spartito musicale mi appare come un grazioso foglio punteggiato da punti neri, più o meno collegati da linee curve accompagnate da molti aggettivi e avverbi come adagio, allegro, molto allegro, vivace, poco vivace, maestoso e così via. E comunque, nonostante il notevole spessore della mia ignoranza musicale, Mozart scalda il mio cuore quando l’ascolto, anzi arrivo quasi a riconoscerlo. Forse se avessi dedicato alla musica classica la stessa quantità di tempo che ho dedicato alla lettura di testi italiani, potrei apprezzare di più la genialità delle sue composizioni. Mi piacerebbe saper gustare la musica con lo stesso piacere che alcune letture riescono a procurarmi. Come per esempio il testo di Ennio Flaiano che potete leggere cliccando qui: c’è un maggiordomo che non dimenticherete mai.
