Capita di raccontare a qualcuno qualche nostro guaio, grande o piccolo che sia. Il comportamento di chi ci ascolta può essere di vario tipo, ma, generalizzando, possiamo catalogare due tipi di reazione.
Ci sono le persone che si mostrano subito disponibili ad ascoltarti con attenzione (Dai, racconta), sono comprensivi (È vero, ti capisco), mostrano un sincero dispiacere (Mi dispiace davvero), cercano insieme a te di capire l’origine, le cause che hanno determinato il guaio (Ma quando è cominciato? Ma perché, secondo te), commentano con discrezione eventuali soluzioni che hai adottato per risolvere la questione (Ma funziona? Pensi che possa funzionare?), ti propongono magari di aggiungere alla tua soluzione qualche altro rimedio che possa aiutarti (Ma che ne dici se …..? Forse puoi fare anche così…) e alla fine ti salutano con l’augurio che tutto possa risolversi nel migliore dei modi (Dai, vedrai che andrà meglio, tienimi informato). La conversazione di questo tipo ti lascia con la sensazione di stare un po’ meglio per il solo fatto di aver potuto parlare del tuo problema, di esserti un po’ sfogato con una persona che dimostra sincero interesse per la tua situazione.
Ci sono poi le persone che ti interrompono e non ti fanno continuare. Praticamente tu cominci a raccontare i tuoi guai e loro, usando espressioni del tipo “Non me ne parlare”, “A me lo dici?” ti bloccano e cominciano ad esporti il loro caso personale che secondo loro è perfettamente sovrapponibile alla tua situazione, anzi peggiore. Ma non basta. Qualsiasi cosa tu volessi raccontare, questioni economiche, sentimentali, di salute o qualsiasi altro aspetto della vita, ebbene tutto il loro discorso (Se tu sapessi quello che sto passando! Guarda, tu non puoi neanche immaginare!) tende a dimostrare che la loro pena riguardo a quell’argomento dura praticamente da un tempo infinito (Io, guarda, non ce la faccio più) e loro stanno passando la vita alla faticosa ricerca di una soluzione (Non so più a chi rivolgermi, non so più dove sbattere la testa). E tu, che cercavi soltanto un po’ di umana comprensione e un minimo di conforto, non te la senti di andare avanti, non hai nessuna voglia di ingaggiare una competizione con chi pensa di stare peggio di te e sei deluso di non aver trovato una spalla su cui cercare conforto.

Viene da chiedersi qual è il meccanismo mentale che spinge queste persone a voler dimostrare che loro stanno peggio del loro interlocutore. C’è forse una dose molto forte di vittimismo, il sentirsi perseguitato dalla sfortuna fa scattare un’immediata reazione verso chi crede di stare peggio. E allora ‘la vittima’ pensa: “Ma cosa ne sa lui di cosa sia davvero il male? Se stesse male come me non riuscirebbe neanche a parlarne.” Questo potrebbe spiegare l’energia incontenibile della reazione che praticamente non permette all’altro di continuare a raccontare. Però… c’è un però… e se stesse davvero peggio di te? E se davvero ascoltare i tuoi guai avesse scatenato la voglia, uguale alla tua, di tirare fuori tutti i suoi guai e la sua cattiva sorte? A quel punto ti penti di aver iniziato, ti senti in imbarazzo, cerchi di essere comprensivo e di aiutarlo (vedi paragrafo due) .Ma il tuo malessere può essere davvero così profondo che non hai la necessaria energia per consolare altri. E allora cerchi una scappatoia per non proseguire la conversazione, cercando di concluderla (Hai ragione, al tuo posto starei male anch’io) o inventando una scusa (Mamma mia come si è fatto tardi). Si tratta comunque di una situazione imbarazzante, che mette a disagio e ci si ripromette che, in un prossimo incontro con questa persona, alla domanda “Come stai?” la risposta sarà “Benissimo, grazie. Hai visto che tempo oggi?”


Attività
PRONOMI PERSONALI
Livello avanzato
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