Se a due abitanti di Roma, uno tifoso della squadra di calcio Roma e l’altro goloso, chiedessi chi è l’ottavo re di Roma, il tifoso risponderebbe, a seconda dell’età, Falcao oppure Totti, invece il goloso indicherebbe il maritozzo, senza dubbio un dolce che è un simbolo della cucina romana tradizionale, preparato con ingredienti semplici che si amalgamano per formare una specie di panino soffice e profumato, farcito con una generosa quantità di panna fresca montata.
Ma cominciamo dal nome, abbastanza curioso. La parola maritozzo risulta chiaramente dall’alterazione della parola marito, modificata dal suffisso –ozzo. Questo suffisso è una variante meno frequente di –accio, che ha una funzione dispregiativa, cioè modifica in senso negativo la parola a cui si aggiunge, per esempio un libraccio (libro di nessun valore , da evitare per il suo contenuto) o una stradaccia (una strada in pessime condizioni). Il suffisso –ozzo / -azzo, oltre alla funzione dispregiativa (amorazzo, codazzo), può svolgere una funzione attenuativa e quasi bonaria. Per esempio la predica è il discorso del sacerdote ai fedeli durante la messa, ma significa anche rimprovero. Per esempio la predica è il discorso del sacerdote ai fedeli durante la messa, ma significa anche rimprovero. Se usiamo il suffisso – ozzo, predicozzo, diminuiscela gravità del rimprovero e si aggiunge una sfumatura quasi scherzosa. Allo stesso modo bicchierozzo indica, scherzando, una quantità non piccola.
E la storia dell’origine del maritozzo rafforza questa spiegazione.
La storia di questo dolce, come le storie di molti altri cibi, è antica e le versioni sono numerose. Di certo qualcosa di simile al maritozzo veniva preparato anche nell’antica Roma: una sorta di pane dolce che i contadini si portavano dietro per mangiare nella pausa di lavoro nei campi. Le notizie e le versioni si moltiplicano nel Medioevo e nei secoli seguenti. Si dice che fosse un dolce preparato per i pranzi di nozze e veniva offerto agli sposi per augurare prosperità e fortuna. Un’altra storia racconta di un dolce che gli innamorati regalavano alla donna amata che intendevano sposare e che, per indurla ad accettare, mettevano un anello o un gioiello nella panna. Viceversa un’altra versione racconta che fossero invece le giovani ragazze nubili a preparare il dolce per regalarlo agli ‘scapoli’ del quartiere per convincerli a sposarle. Comunque al centro di tutte le storie c’è sempre un “marito”.
La storia della parola e l’origine storica del dolce sono sì argomenti da conoscere, ma la vera questione da affrontare è un’altra: come si mangia un maritozzo alla panna?
Se appartenete alla sfortunata categoria di persone che non hanno mai fatto colazione al bar con un maritozzo alla panna, la risposta alla domanda è: con le mani, con pazienza e con morsi strategici, perché la probabilità di ritrovarsi discrete quantità di panna sulle dita, sul naso, sui baffi, sulla barba o sul vestito è molto alta. Tutti inconvenienti assolutamente compensati dal piacere provocato dal gustare l’irresistibile matrimonio tra il soffice panino e la provocante panna montata. Se temete ripercussioni sociali derivanti dagli schizzi di panna, il consiglio è fare le prove in casa, da soli. Sarà un dolce allenamento.
Ci sono persone che mangiano il maritozzo alla panna con le posate. Magari non gradiscono sentirsi le dita ‘appiccicose’, hanno paura di sporcarsi, temono le occhiate di riprovazione di chi hanno davanti.Tutto legittimo, ma… non sanno cosa si perdono.


Attività
PERIODO IPOTETICO
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