“Come va?” può essere una domanda leggera, più discreta rispetto a “Come stai?”.
Quest’ultima, con la seconda persona del verbo stare, interroga l’interlocutore direttamente sul suo stato fisico o psicologico del momento. Se la domanda è posta da una persona sinceramente interessata forse è più facile rispondere con la stessa sincerità, altrimenti si risponde con un convenzionale “Bene, grazie” anche se non è così, soprattutto quando anche la domanda è convenzionale, spesso a corredo del “Ciao” quando ci si incontra. “Abbastanza bene, grazie” potrebbe farci sentire meno insinceri, qualche volta, ed è una risposta più diplomatica, quando davvero non vogliamo parlare di questioni strettamente personali o non è il momento, il luogo o la persona giusta con cui farlo.
“Come va?” con il verbo andare che indica movimento, evoluzione, lo scorrere delle cose, non inchioda necessariamente a quello specifico momento e soprattutto la terza persona del verbo consente di scegliere il soggetto: Come va la vita in generale? Come va il lavoro? La famiglia? La salute? Come va con il nuovo collega? Con la nuova casa? E via dicendo. Chi risponde può scegliere l’argomento e stabilire se e quanto vuole parlare di sé stesso o… di politica, per dire.
Entrambe le domande sono ovviamente gentili, sta a noi scegliere quale porre, in quale contesto, con quale persona.
Prendiamo un contesto scolastico, per esempio.
Un insegnante ha una classe. L’insegnante lo si considera subito individuo distinto dagli altri; la classe appare come un blocco. Certo che la classe è un gruppo di individui, ma la parola classe fa pensare a un corpo omogeneo. Si dice spesso, ho una bella classe, ho una classe problematica, ho una classe poco interessata, ecc. Davvero sono tutti fantastici, problematici, poco interessati?
Forse non dobbiamo neanche scomodare la filosofia che parla di unicità di ogni persona. Ci possono essere somiglianze, ma non ci sono copie fra le persone.
Come scoprire l’unicità di ciascuno degli studenti per far sì che ognuno, compreso l’insegnante, dia il suo meglio? Programmando colloqui tra insegnante e singoli studenti, “incontri ravvicinati” in cui l’insegnante comincia chiedendo Come va?
Per esperienza diretta posso dire che si scopre veramente tanto in questo tempo dedicato al singolo studente. C’è chi parla subito di sé e l’insegnante deve poi chiedere, nel mio caso, E con l’italiano come va? C’è chi va dritto a esplicitare le difficoltà che trova quando lavoriamo in un certo modo. C’è chi approfitta per fare all’insegnante domande che non si sente di fare in classe… Insomma, tante informazioni che permettono di capire meglio la persona che abbiamo davanti e di orientarsi meglio nella preparazione delle lezioni. Ma soprattutto di vedere, a volte, dei cambiamenti sostanziali nell’approccio alla materia studiata, nell’accogliere, da parte dello studente, attività che prima aveva difficoltà ad accettare. Questi sono i “miracoli” che derivano dal prestare attenzione alla persona/studente, il quale si sente seguito, al quale si dedica ascolto, cura.
Vorrei raccontare la mia esperienza di studentessa diciassettenne in una classe di circa trenta coetanee, nel 1967. Ero curiosa di affrontare materie quali la filosofia, la fisica, la letteratura… ma chi doveva portare quelle conoscenze era distante; quando spiegavano sembrava che lo facessero indipendentemente dalla classe, come se gli studenti fossero invisibili. Per farla breve, io mi sentivo una sedia.
Un giorno, interrogata in fisica alla fine dell’ultima ora di lezione, dalla professoressa di cui tutte avevamo il terrore, ne esco con un voto mediocre. La prof mi dice di aspettare un attimo e mentre tutte lasciavano la classe mi fa: “Senti Luzi, tu non sei stupida. Perché non studi?” Era il suo modo di chiedermi Come va? Mi aveva prestato attenzione. Esistevo e potevo avere fiducia nelle mie capacità.
Da quel giorno con lei non mi sono più sentita una sedia e ho ottenuto il massimo dei voti che lei concedeva: da uno a dieci al massimo dava sette, quindi un successo per me e per lei.
