Firenze è una città densa. Densa di edifici da fotografare, se si vuole portarne con sé il ricordo, ma di fatto impossibili da fotografare perché manca lo spazio per far entrare “tutto” nell’obiettivo. Densa di arte, è la città con la più alta concentrazione di opere d’arte al mondo, e di conseguenza densa di visitatori provenienti da ogni dove. Io, fra questi, mi sento più a casa di tutti, dopo soltanto un’ora e mezza di treno, ma condivido lo stupore, davanti a tanta bellezza, come fosse la mia prima visita. Questa volta sono tornata per la mostra “Rothko a Firenze”.
Mark Rothko (1903 – 1970), artista dell’espressionismo astratto, statunitense di origine lettone, viene a Firenze nel 1950 per vedere i luoghi dove hanno vissuto e operato i più grandi artisti italiani del Rinascimento. Gli studi da autodidatta e le opere viste negli Stati Uniti non bastano, ha bisogno di vedere gli spazi, i luoghi, le architetture e, nonostante fosse restio a viaggiare, l’Italia lo attrae fortemente, tanto che ci torna nel 1959 e nel 1966 richiamato dalla Toscana, Roma, Veneto, Pompei.
La perfezione che Rothko ammira negli artisti della Firenze del XV e XVI secolo e la sua idea di arte, nonché le sue opere, sembrerebbero non essere in sintonia: la sua pittura non è tridimensionale, e le persone all’interno dei suoi primi quadri, ignare delle altre persone, diventano sempre meno importanti per poi scomparire del tutto. La predilezione per l’astratto trasforma i suoi dipinti in rettangoli dai colori impressionanti, opere senza titolo. Palazzo Strozzi, capolavoro dell’architettura civile rinascimentale, del 1489, è il luogo giusto per esporre la maggior parte delle circa 70 opere di Rothko esposte nella città in tre luoghi diversi. “Abissi di colore” che catturano chi guarda e lo coinvolgono, lo attraggono “dentro” l’opera che ha una profondità, appunto, quasi a voler restituire le prospettive dell’arte rinascimentale con cui Rothko sente affinità.“Per chi vuole esperienze sacre, qui le troverà. Per chi cerca esperienze profane troverà anche quelle. Io non prendo posizione.”
Quando Rothko visita la Biblioteca Laurenziana, progettata da Michelangelo, rimane particolarmente colpito: “Dopo qualche tempo che ci lavoravo […] realizzai che ero molto influenzato inconsciamente dalle pareti di Michelangelo nel vestibolo della Biblioteca Medicea a Firenze. Questi è riuscito a ottenere proprio quella sensazione particolare che ricercavo: ha fatto sì che i visitatori abbiano l’impressione di essere imprigionati dentro una stanza in cui le porte e le finestre sono murate cosicché non resta loro che sbattere la testa contro il muro per l’eternità”. Suonano dure queste parole, ma raccontano la sensazione di essere imprigionati nei suoi quadri prodotti poi, nel corso della sua carriera; anche se, almeno per me, essere imprigionata nei suoi colori incredibili non dà che intense emozioni positive. Il vestibolo della biblioteca accoglie due studi di Rothko.
Beato Angelico o Fra Angelico, frate domenicano pittore (1395 circa – 1455), è uno dei più grandi artisti italiani del Quattrocento. La sua Annunciazione che mi appare improvvisamente alla fine della scalinata del Museo San Marco mi provoca un’emozione fortissima. Mistica, elegante, spaziosa, luminosa, aggraziata, essenziale; sono gli aggettivi che mi vengono in mente per rendere l’idea di una pittura che crea un ponte fra il visibile e l’invisibile, che induce alla contemplazione, che fa bene all’anima. Si può dire così di tutti gli affreschi che Fra Angelico fu chiamato a fare, con aiuti, nelle 44 celle del convento di San Marco, oggi museo. Uno straordinario ciclo di 44 affreschi con le Storie di Cristo, per accompagnare la preghiera e la meditazione. E’ un’esperienza mistica entrare in quelle piccole celle, vuote eppure accoglienti, ciascuna con la volta a botte, marrone il pavimento, bianche le pareti, piccole le finestre in legno che culminano ad arco come le porte, piccolissima la finestra intagliata nella grande per far entrare solo un po’ di luce, e l’affresco. I colori degli affreschi, la loro luce, fanno sperimentare l’armonia, la profondità e l’essenzialità elevando l’anima.
Mark Rothko realizza cinque opere ispirato da cinque di questi affreschi del Beato Angelico e si possono ammirare affiancati alla fonte di ispirazione. Le foto nella galleria sottostante possono solo dare un’idea delle sensazioni che il tutto riesce a suscitare.A Firenze non avevo una Camera con vista, ma un piccolo delizioso appartamento con i vetri opachi. Era quello di cui avevo bisogno per conservare nei miei occhi e far risuonare interiormente tutto quanto ammirato in due giorni.




















