La bandiera italiana

In una stanza immersa nell’oscurità una donna è intenta a cucire illuminata dalla luce che entra dalla finestra.

A prima vista, non è che l’ennesimo quadro che rappresenta una donna alla finestra che sta realizzando uno di quei lavori che venivano indicati come prettamente femminili: cucire. Sono numerosissimi gli esempi nella storia dell’arte di quadri che rappresentano donne alle prese con ago e filo che alla luce di una finestra rammendano, imbastiscono, confezionano, tagliano, ricamano, filano, trasformano matasse in gomitoli. D’altronde, quando ci troviamo di fronte ad una rappresentazione d’interni, ci aspettiamo di trovare quasi sempre una donna. Gli uomini erano padroni dell’esterno, della via pubblica, delle istituzioni, delle piazze, dei campi di battaglia. Le donne invece vivevano la loro vita dentro casa, negli spazi delle cucine, delle lavanderie, accudendo i bambini, gli anziani, i malati e realizzando tutti quei lavori necessari al mantenimento del loro “regno”: la casa.

Ritorniamo alla nostra sarta alla finestra. Leggiamo il titolo del quadro: “26 aprile 1859”, la data che a Firenze segna la fine del granducato di Leopoldo II di Toscana a Firenze, e l’annessione della città al nascente Regno d’Italia. Il governo provvisorio rende ufficiale l’uso della bandiera: “saranno disposti in liste verticali, il verde all’asta, il bianco in mezzo e il rosso fuori”. La nostra sarta ha in mano un pezzo di stoffa rossa e sul tavolo si vede altro tessuto, bianco e verde: sta cucendo la bandiera del nuovo Regno d’Italia. Sola nella sua stanza, nel silenzio della sua abitazione, sta fornendo il suo servizio alla nuova patria, sta facendo la sua rivoluzione. L’autore del quadro Odoardo Borrani, toscano, realizza quest’opera due anni dopo i fatti. La sua è una narrazione carica di enfasi e di sentimenti patriottici, ma non li esprime nella confusione e nella violenza del campo di battaglia, bensì nel lavoro silenzioso e invisibile che fecero molte donne all’epoca.

Molti pittori del Risorgimento italiano omaggiarono questo lavoro delle donne italiane, come per esempio l’opera di Gerolamo Induno “Roma, 1863 (La Bandiera Nazionale)” in cui due donne stanno cucendo una bandiera mentre una terza controlla alla finestra che non vengano scoperte.

Questa volta la finestra non illumina il lavoro, ma nasconde un’azione clandestina che porterà alla nascita dell’Italia libera dalla dominazione straniera.

Un ultimo esempio: Cafiero Filippelli nel 1920 ci fa vedere come un tricolore viene rammendato da una donna che sta lavorando alla fioca luce di una lampada.


China sulla stoffa rossa, in silenzio. Qui la finestra non c’è più, siamo sempre dentro casa ma non vediamo la luce da fuori, delle finestre aperte o chiuse. L’immagine diventa icona, non ha bisogno di uno spazio definito, vive nella memoria storica di un Paese, che è nato grazie all’impresa di uomini e di donne.

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