Ci vorrebbe un fiore✍

Una categoria di lavoratori che negli ultimi tempi è stata davvero impegnata e sotto stress è quella dei dottori e degli infermieri che hanno affrontato il coronavirus. Specialmente nella prima fase dell’epidemia lo stress è stato altissimo. Hanno vissuto situazioni estreme, a contatto continuo con il rischio del contagio, sono stati spesso testimoni impotenti di tragedie personali, non avendo, allora, cure adeguate.

A causa di tale pressione, di tale stress, non pochi di questi professionisti rischiano di sviluppare una sindrome, una malattia che ha un nome preciso: compassion fatigue (letteralmente la “fatica compassionevole”), che consiste nella difficoltà a provare empatia verso il paziente. La sensazione di impotenza e di inadeguatezza di fronte al dolore dei pazienti può lentamente diminuire le capacità, la resistenza e l’efficienza professionale, generando indifferenza e apatia.

Qualcosa che somiglia alla situazione sopra descritta accade anche al di fuori degli ospedali, nella vita quotidiana di tutti noi. Consideriamo una casa qualsiasi, ora di cena, televisione accesa, passano le notizie. Ovviamente ci sono notizie di politica, di economia, di cronaca, di sport, ma non mancano mai immagini che portano in casa scene atroci di guerra o di poveri immigrati morti nel tentativo di fuggire dall’inferno del proprio paese. E lo stesso discorso si potrebbe fare per i giornali. Ogni giorno un flusso enorme di informazioni passa sotto i nostri occhi. La dimensione del fenomeno e la sua rapidità di diffusione non solo rende difficile la valutazione dell’attendibilità di tutte le informazioni, ma ha un impatto psicologico talmente forte che per istintiva reazione creiamo un muro di indifferenza a nostra difesa. 

C’è un neologismo per indicare questo fenomeno: infodemia. La più prestigiosa istituzione linguistica d’Italia, l’Accademia della Crusca, così definisce questa nuova parola: “Abnorme flusso di informazioni di qualità variabile su un argomento, prodotte e messe in circolazione con estrema rapidità e capillarità attraverso i media tradizionali e digitali, tale da generare disinformazione, con conseguente distorsione della realtà ed effetti potenzialmente pericolosi sul piano delle reazioni e dei comportamenti sociali.

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Insomma un neologismo di cui faremmo volentieri a meno e ci piacerebbe aggiungerlo alle parole che vengono abbandonate nella lingua corrente. In una delle ultime edizioni del vocabolario della lingua italiana Zingarelli si possono trovare delle parole che sono precedute dal disegno di un fiorellino: sono parole che si usano sempre meno e rischiano di non trovare più posto nel vocabolario.

Ecco, ci auguriamo che presto la parola “infodemia” sia preceduta da un fiorellino. E subito dopo sparisca dalle pagine del vocabolario.

Attività

SOSTANTIVI, COERENZA TESTUALE

Livello intermedio

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