Parlare, l’inizio prodigioso

Un giorno mia figlia per farmi capire che aveva molta sete mi chiese “acqui”: voleva due bicchieri d’acqua. Aveva circa due anni. Era una bambina normalissima, frequentava un normalissimo asilo nido, il papà non era un genio (notizia certa), la mamma neanche e la scuola materna non prevedeva lo studio della grammatica. Dunque all’interno di quella testolina aveva preso forma un ragionamento del tipo: “acqua =un bicchiere, acqui = due bicchieri”. Certo il risultato della riflessione linguistica della bambina non corrisponde alla corretta forma prevista dalla grammatica, ma essendo io un insegnante di lingua non potevo non essere colpito da quel ragionamento. L’esperienza linguistica della bambina fino a quel momento era stata esclusivamente l’ascolto della voce dei suoi genitori e l’interazione con loro e altri parenti ed amici. Nessuno le aveva spiegato il meccanismo, la modifica della vocale finale, che la nostra lingua adotta per indicare il plurale. Confesso: non ho approfittato dell’occasione per spiegarle che il plurale di acqua è acque; avrei poi dovuto espandere (termine caro a molti insegnanti) e approfondire l’argomento con l’informazione che avrebbe dovuto usare, se voleva essere corretta, l’espressione “due bicchieri d’acqua” e che la parola acque si usa per indicare il differente tipo dell’elemento liquido, per esempio le acque termali o le acque minerali; e per essere un po’ più esaustivo avrei potuta renderla edotta della permanenza di “acqui” nel nome della cittadina Acqui  Terme o nella parola “acquitrino”. Non temendo la fossilizzazione dell’errore (altro termine caro…) non ho fatto niente di tutto questo e l’ho dissetata a dovere.

Dunque il cervello della bambina, che aveva immagazzinato un certo quantitativo di materiale linguistico (tutto orale, per la precisione), per misteriose vie aveva prodotto un termine per lei logico. Aveva imparato qualcosa: in italiano bisogna cambiare la lettera finale per fare il plurale. Certo, il risultato va affinato, approfondito, corretto, ma è indiscutibile una cosa: ha prodotto una parola che non aveva mai sentito né tantomeno le era stata insegnata prima. Imparare quel meccanismo era stato un atto autonomo, spinto, determinato da una volontà, un’intenzione comunicativa e acquisito con gli elementi linguistici a sua disposizione.

Se una bambina di due anni, spinta dalla necessità e dalla voglia di comunicare, è capace di tirare fuori dalla sua ridotta esperienza linguistica una regola grammaticale, possiamo capire quali meraviglie è capace di fare un adulto che, alle prese con una nuova lingua da studiare, ha a disposizione una competenza linguistica molto più vasta. La sua personale esperienza linguistica, la sua esperienza di vita gli offre strumenti ben più potenti per dedurre, sintetizzare, generalizzare e creare nella lingua nuova che sta studiando. “Esporre” uno studente alla lingua che studia e spingerlo a comunicare significa ricreare una condizione simile a quella della bambina che vuole due bicchieri d’acqua. Significa favorire l’acquisizione della lingua.

Se poi l’insegnante, oltre a “nutrire” lo studente di materiale linguistico (lingua vera, autentica, scritta e orale) e a concedergli lo spazio per esprimersi, gli indica la strada da percorrere per aumentare la correttezza di quello che esprime, la sua competenza linguistica avrà uno sviluppo più rapido. Significa favorire l’apprendimento della lingua.

Insegnare significa “lasciare il segno”. Dare spazio all’apprendimento inconscio (acquisizione) con l’esposizione alla lingua e accompagnare lo studio della grammatica (apprendimento) con lavori didattici stimolanti: ecco i due binari su cui dovrebbe scorrere, se davvero si vuole lasciare il segno, il lavoro quotidiano dell’insegnante di lingua.

In fondo non è una teoria complicata: praticare, ascoltando molto e parlando molto, e, parallelamente e in egual misura, studiare la grammatica.

Potrebbero interessarti anche...